Carrara abitata, vista e ricordata
Dante Alighieri Dante Alighieri (1265-1321)
Quando Dante Alighieri fu a Sarzana e a Castelnuovo Magra quale intermediario di pace fra il Vescovo di Luni e i Malaspina, Carrara era già un centro attivo, ricco di storia e perfino di leggenda. Non sappiamo se il Poeta visitò la nostra città e i suoi monti, dei quali aveva già parlato in precedenti suoi scritti e dei quali scriverà, in diversi capitoli, nella Commedia: a differenza di altra gente, che sfruttando situazioni o fatti storici dubbi, non ha esitato a trasformare in certo l’incerto e ad appioppare a Dante viaggi, soste e perfino lettere di dubbia credibilità, anche se di sicura convenienza, i Carraresi non hanno mai tessuto leggende intorno alla lapidaria e famosa citazione di cui li onorò il più grande fra i poeti d’ogni tempo, il quale confina nella quarta bolgia dell’inferno l’indovino Aronte, abitatore, secondo il Poeta, di una spelonca aperta in seno ai nostri monti.
 
Francesco Petrarca Francesco Petrarca (1304-1374)
La monumentale e bella Casa Repetti, situata all’inizio di via Santa Maria, fu, in passato, chiamata anche Casa di Petrarca. La tradizione popolare voleva che essa fosse stata abitata dal poeta durante un suo breve soggiorno. È certo che Petrarca, tornando da una missione affidatagli da Papa Clemente IV, si fermò ad Avenza, dove il procedere verso Roma gli fu impedito da una furibonda guerra in corso fra contendenti che, morto Castruccio Castracane, pretendevano il borgo, strategicamente importante. Di questo evento Petrarca ha lasciato memoria in una lettera scritta il 29 novembre 1343 e indirizzata a Giovanini Colonna, del cui contenuto abbiamo riferito scrivendo di Avenza. Un’altra impressione dei luoghi il poeta l’ha fissata in questi versi:
"Avanza Capo Corvo e tumidi intorno i marosi
s’addensano fra rotte scogliere, a pie’ fremono l’onde.
In vista ai naviganti col negro suo dorso uno scoglio
arduo balza dal flutto, cui presso è la candida rupe
lattea, dal solo percossa ne l’ambio barbalio radiante."
(Africa - VI - traduzione di Ubaldo Formentini)
 
Michelangelo Buonarroti Michelangelo Buonarroti (1475-1564)
Sulla presenza e la vita di Michelangelo a Carrara, oltreché la testimonianza di noti autori, vi è un minuzioso studio redatto dal concittadino Carlo Frediani. Secondo quanto è, da un attento esame, logicamente deducibile dal Vasari, dal Condivi (biografo più fedele del grande scultore), e da un documento conservato nell’Archivio di Stato di Lucca, si può affermare che Michelangelo venne per la prima volta a Carrara intorno al 1496 a scegliere i marmi per eseguire la celeberrima Pietà. Notizia certa della successiva venuta dello scultore in città, nel 1505, è contenuta direttamente in una lettera scritta da Michelangelo subito dopo che Papa Giulio II gli aveva assegnato il gravoso compito di scolpire il gruppo di statue per quello che avrebbe dovuto essere il suo «Deposito». La lettera dice testualmente: «... poiché il primo anno d’Julio, che m’allogò la sepoltura, stetti otto mesi a Carrara a lavorare i marmi». Fra quest’anno e il 1521, quando lo scultore annota ancora, di suo pugno, nel libro dei ricordi: «E adì nove di detto, ebbi da Domenico Boninsegni ducati duecento per andare a Carrara per detti marmi del Cardinale», le visite ed i soggiorni di Michelangelo a Carrara sono numerosi: atti notarili, lettere e citazioni varie documentano che egli, oltre a stringere relazioni d’affari non sempre andate a buon fine, aveva affittato una casa, in piazza del Duomo. Un’altra concreta notizia circa la presenza di Michelangelo in Carrara nel 1525 viene considerata l’iscrizione incisa sul noto bassorilievo dei Fantiscritti dove, fra le tante firme, si legge anche quella del Buonarroti sotto tale data. Dalle sue esperienze carraresi il grande artista, oltreché occasione per lettere spesso drammatiche (in alcune di esse si legge la descrizione di tragici incidenti sul lavoro) trasse certamente spunti ed ispirazione per le sue opere, comprese quelle poetiche: le poesie in cui parla del marmo, dei concetti in esso circoscritti e offerti all’ingegno dello scultore, che deve solo cavarli eliminando il superfluo, danno, come ha scritto un grande critico, la sensazione d’essere state composte grazie ad una diretta, lunga e sofferta «pratica delle cave».
 
Antonio Canova Antonio Canova (1757-1822)
In un «Dizionario» scritto nel secolo scorso da Antonio d’Este, si legge: «Terminati i grandi modelli del mausoleo Ganganelli, si recò il Canova a Carrara per la provvista dei marmi: alloggiò in casa del Conte Del Medico, visitò quelle immense miniere, salì al culmine del monte, detto i Fanti scritti, ove scolpì il suo nome, e diede la commissione per i blocchi necessari al lavoro. Mentre si preparavano i marmi andò a Genova... Ritornò, poscia, a Carrara...». Canova, tra l’altro, fu Socio Onorario dell’Accademia di Belle Arti.
 
Giuseppe Mazzini Giuseppe Mazzini (1805-1872)
Come abbiamo scritto nei capitoli dedicati alla storia, i rapporti fra Mazzini e i Repubblicani carraresi furono intensi e, ad ogni evento insurrezionale, si rinsaldavano. Nel 1871, quando ormai l’Italia si era data un assetto istituzionale che non era certo quello teorizzato da Mazzini, l’Apostolo del Risorgimento riassume la sua stima per i Carraresi in una lettera con la quale rispondeva ad un gruppo di giovani che gli avevano inviato lo Statuto del Circolo Pensiero e Azione, fondato nella nostra città nel 1871. La lettera dice: «Approvo il disegno della vostra Associazione. La vostra terra è moralmente e strategicamente importante e la gioventù carrarese ha in sé un singolare elemento di virilità. E inoltre è giunto tempo di avere il coraggio morale della propria fede e di affermarla pubblicamente. I giovani che hanno l’aspirazione repubblicana nel cuore devon dirlo altamente e consacrarsi all’apostolato delle dottrine. Ora, per essere efficace, l’apostolato deve essere collettivo. Bisogna associarsi. La Monarchia in Italia non ha seguaci per convinzioni assolute: ha seguaci che aderiscono teoricamente alle nostre dottrine, ma che credono prematuri i tempi di applicarle praticamente e lo desumono, in parte, dall’attitudine pur troppo frequentemente leggera e sviata della nostra gioventù. I nostri giovani se intendono la gravità delle circostanze - se l’unico orgoglio legittimo che io mi conosca suggerisce ad essi che quando la direzione iniziatrice di civiltà s’allontana da un popolo, un altro deve sorgere ad impossessarsene e che questo popolo può e dovrebbe essere il loro e devono rispondere a questo argomento mostrando che la loro non è semplice opinione di fede, e che le opere corrispondano in essi alla fede, e agli obblighi di virtù, di seria, severa condotta, di energica decisione e di tolleranza verso gli individui ad un tempo che scendano da quella fede. - Questo è il dovere... Addio, Giuseppe Mazzini».
 
Giuseppe Garibaldi Giuseppe Garibaldi (1807-1882)
Solo nella campagna di guerra 1860-61 i concittadini che si arruolarono con Garibaldi furono 172; due di essi, Stefano Nelli e Bernardo Orlandi, figurano nell’elenco di chi s’imbarcò a Quarto, coi «Mille» (elenco pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 266 del 12-11-1878). Nel 1859 Carrara lanciò una sottoscrizione per le campagne garibaldine; l’Eroe colse, allora, occasione per esprimere tutta la sua antica stima per la nostra città; lo fece con una lettera che ripubblicò Luigi Lavagnini nel suo testo più volte citato. Eccola: «Carrara mi è stata sempre nel cuore, prima per i suoi sentimenti liberali e nazionali, poi per i suoi lunghi patimenti e dolori che le aveva fatto soffrire la tirannide estense, per il suo coraggio nel sopportarli e l’eroismo dei suoi figli nell’accorrere volontari nelle guerre dell’Indipendenza. Io ne ebbi molti nelle mie file e fui contento di loro. Ho letto sopra i giornali come hanno ancora corrisposto generosamente alla mia richiesta di fucili; io sono grato alla buona città di Carrara».
 
Gabriele D'Annunzio Gabriele D´Annunzio (1863-1938)
Sulla visita del poeta a Carrara si sono date diverse versioni: quella vera, alla quale ci rifacciamo, fu fissata da Ettore Cozzani, allora giovane, sulle pagine de La Tribuna, uno dei giornali più noti del tempo. Anni ed anni dopo lo stesso Cozzani la rievocò su Aronte. Nel 1907 alle cave si preparava una «varata» eccezionale. Data l’importanza, non solo tecnica ma anche spettacolare, dell’evento, si pensò di invitare un grande scrittore perché ne traesse motivi di ispirazione. La scelta cadde su D’Annunzio. I versi su Carrara e le sue cave, scaturiti dalla circostanza, sono arcinoti: riportiamo la quartina, forse, meno ricordata:
"Arce del marmo, in te rinvenni i segni
che t’impresse la forza dei Romani;
sculti al sommo adorai gli Iddii pagani;
e dissi: «O Roma nostra, ovunque regni!»."
Di Carrara D’Annunzio trova modo di parlare anche nell’opera teatrale «Gioconda», facendo recitare ad un personaggio il brano che segue:
«... omissis... La sua bellezza vive in tutti i marmi. Questo sentii, con un’ansietà fatta di rammarico e di fervore, un giorno a Carrara, mentre ella m’era accanto e guardavamo discendere dall’alpe quei grandi buoi aggiogati che trascinavano già le carra dei marmi. Un aspetto della sua perfezione era chiuso per me in ciascuno di quei massi informi. Mi pareva che si partissero dai lei, verso il minerale bruto, mille faville animatrici come da una torcia scossa. Dovevamo scegliere un blocco. Ricordo: era una giornata serena. I marmi deposti risplendevano al sole come le nevi eterne. Udivamo di tratto in tratto il rombo delle mine che squarciavano le viscere alla montagna taciturna. Non dimenticherei quell’ora, anche se morissi un’altra volta... omissis...».
 
Ceccardo Roccatagliata Ceccardi Ceccardo Roccatagliata Ceccardi (1871-1919)
Nato a Genova, da famiglia di origine ortonovese, scelse Carrara come sua patria spirituale. Nella nostra città trovò modo ed ispirazione per comporre alcune fra le sue pagine più belle. Direttore, per molti anni, del giornale locale Lo Svegliarino, profuse molta energia anche nell’impegno civile: in occasione dei moti del 1894 pubblicò un opuscolo , col titolo Dai Paesi dell’Anarchia, nel quale si fissò la testimonianza massima di tale impegno. Molte delle sue poesie hanno per tema o spunto il mondo carrarese, la sua natura e il suo popolo operoso, nel cui carattere Roccatagliata si riconosceva. Dello sfortunato poeta, della sua opera e dei suoi rapporti con Carrara ha scritto diffusamente, e con penetrante intelligenza, il concittadino Pier Antonio Balli nel suo nutrito studio: Tutte le opere di Ceccardo Roccatagliata Ceccardi (Apua Editrice - Carrara 1969).
 
Luigi Pirandello Liugi Pirandello (1867-1936)
Fu più volte a Carrara, ospite di Cesare Vico Lodovici, che sulle impressioni colte alle cave e alla nostra Marina dal grande drammaturgo e narratore aveva uno scrigno di ricordi. Un giorno, complimentandosi con un tecchiaiolo dopo averlo visto lavorare in tecchia, Pirandello gli disse: «Lei è l’altro mio Ciaula». Al tecchiaiolo, che non capiva, Lodovici spiegò che Ciaula era il protagonista di una novella pirandelliana: un minatore che, riemergendo dalla terra e scoprendo la luna, provava grandi emozioni. «Poi - confessava Lodovici quando ricordava - ho tentato anche di fargli capire il significato di quel termine, “l’altro”, usato da Pirandello; ma la teoria dell’uno, nessuno, centomila non lo convinceva».

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